Il decreto bollette si accende e si spegne, pregi ed errori

Bene la logica temporale ed emergenziale, ma tre miliardi si possono usare meglio. Il nodo concessioni

Il decreto bollette ha un pregio e un difetto. Il pregio è che si cala in una logica dichiaratamente emergenziale, senza ambizioni ulteriori. Il difetto è che spende troppo (tre miliardi) e per lo più male.

Per le famiglie, lo strumento per mitigare i rincari è l’introduzione di un bonus una tantum da 200 euro sulla bolletta elettrica a favore dei consumatori con reddito Isee inferiore ai 25 mila euro (cumulabile con i bonus esistenti per chi già ne usufruisce). Di fatto è un aiuto a pioggia, in quanto la nuova soglia si applica a una percentuale stimabile attorno al 60 per cento dei consumatori: è davvero credibile che sei italiani su dieci non possano far fronte ad aumenti temporanei? Lasciare l’attuale livello Isee – che comunque garantisce lo sgravio a 4,6 milioni di consumatori elettrici e 3 milioni gas – e alzare l’intensità dell’aiuto sarebbe stato più equo e meno costoso.

Sempre per quanto riguarda il mercato retail, il governo ha preso una decisione di per sé condivisibile, ma comunicata in modo scorretto e che inevitabilmente aumenterà il caos informativo. Giorgia Meloni ha infatti detto che “abbiamo prorogato di due anni l’obbligo per i vulnerabili di passare al mercato libero”. Ma non esiste alcun obbligo in tal senso: i vulnerabili (la maggioranza dei quali è già sul mercato libero per propria scelta) sono serviti nell’ambito del servizio di vulnerabilità che non subisce alcun cambiamento, se non il rinvio al 2027 delle aste per l’individuazione di nuovi fornitori (che farebbero scendere i prezzi come già visto l’anno scorso per le tutele graduali). Il cambiamento riguarda semmai proprio i clienti che attualmente sono serviti nel servizio a tutele graduali, introdotto per facilitare la transizione al mercato libero dopo la fine della maggior tutela. Il decreto chiarisce che, se un cliente in tali condizioni acquisisce lo status di vulnerabile, per esempio al compimento del 75esimo anno di età o perché il suo reddito Isee è sceso sotto i 9.530 euro, può continuare a godere dei vantaggi delle tutele graduali (uno sconto di circa 100 euro l’anno) anziché essere scaraventato nel servizio di vulnerabilità. Quindi il decreto corregge un clamoroso errore nella disciplina precedente, più volte segnalato dal Foglio, e tutela i vulnerabili… dal servizio di vulnerabilità, facendo leva sui benefici della liberalizzazione. A questo si aggiungono norme sulla standardizzazione delle offerte, di cui si capisce la ratio ma che rischiano di indebolire, anziché rafforzare, la concorrenza.

Per quanto riguarda invece le imprese, ci sono due tipologie di intervento. Le piccole e medie imprese potranno beneficiare della temporanea fiscalizzazione di una parte degli oneri generali di sistema, che servono a finanziare gli incentivi alle rinnovabili e alla cogenerazione (con un riferimento anche alle “microimprese vulnerabili”, mai definite prima). Le grandi imprese avranno invece accesso a un fondo per compensare il maggior costo dell’energia sostenuto a causa dell’onere dei permessi di emissione. Questa misura, che forse avrebbe senso rendere strutturale collegandone il finanziamento al gettito delle aste per le quote di CO2, è simile a quella da tempo in vigore in Germania. Come spiega un recente rapporto di Epicenter sulla politica climatica europea, è essenziale mantenere i segnali di prezzo che indirizzano verso la decarbonizzazione, rendendoli però fiscalmente neutrali in modo che non diventino una zavorra per la competitività.

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha più volte sottolineato la transitorietà del decreto. Giorgetti ha memoria della fatica che ha dovuto fare quando, subito dopo l’insediamento del governo Meloni nel 2022, si è assunto la responsabilità di far cessare gli interventi “temporanei” introdotti in precedenza, e non intende ripetere quell’esperienza. Inoltre, parte delle coperture arrivano dalle giacenze presso la Cassa per i servizi energetici e ambientali: questo significa che nel passato i consumatori hanno pagato bollette eccessive a causa degli errori di calcolo sul gettito degli oneri, facendo accumulare liquidità inutilizzata. Anziché essere visto come un’opportunità, questo dovrebbe suscitare l’autocritica dell’Arera e del governo.

Un elemento positivo del decreto è che, al momento, non sembrano aver trovato ascolto le richieste di stravolgimento delle regole del mercato, come il cosiddetto disaccoppiamento tra elettricità e gas, un’idea macchinosa e che comunque richiederebbe un accordo in sede europea. Purtroppo, però, non trovano spazio nel decreto neppure quelle poche misure strutturali che potrebbero facilitare l’uscita dalla crisi. La più importante per l’industria è la gas release, una norma del 2022 che consente di mettere in produzione risorse incrementali di gas, grazie a iter autorizzativi accelerati, a patto di destinare, attraverso un contratto per differenza, i volumi aggiuntivi a prezzo ridotto alle industrie gasivore. Purtroppo, alcuni mesi fa lo stesso governo ha fatto un passo indietro, rinunciando a riaprire le risorse più promettenti – per volumi e costi – dell’Alto Adriatico, sebbene la legge ne condizionava la produzione a stringenti controlli ambientali, depotenziando la portata del meccanismo. Questi ritardi mettono a repentaglio investimenti e posti di lavoro sia nel settore energetico, sia nei settori a valle: i sindacati per primi dovrebbero intestarsi la battaglia per la ripresa delle attività estrattive. Inoltre, un governo alla disperata caccia di risorse dovrebbe rivedere alcune decisioni o indecisioni recenti: la proroga delle concessioni per la distribuzione elettrica, la possibile riassegnazione delle dighe idroelettriche ai gestori storici e la latitanza sulle gare gas sono tre gentili omaggi dell’esecutivo, a tutto vantaggio dei concessionari uscenti e a detrimento dei consumatori. Ciò equivale a rinunciare al possibile e cospicuo gettito dei canoni concessori stabiliti in esito a procedure concorsuali, anziché a negoziazioni opache. Il governo non può, contemporaneamente, lamentare la scarsità delle risorse e poi essere titubante di fronte a rendite miliardarie.

Di più su questi argomenti:

Leave a comment

Your email address will not be published.