Il leader curdo, in carcere dal 1999, chiede la cessazione delle attività belliche e l’avvio di un dialogo per risolvere il conflitto con la Turchia. Dietro che c’è anche l’interesse di Erdogan a ottenere il sostegno del partito curdo per un terzo mandato senza compromettere la tenuta democratica del paese
Il leader del partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), Abdullah Ocalan, in carcere in Turchia dal 1999, ha annunciato lo scioglimento del partito e ha rivolto un appello alla cessazione delle attività belliche. Si tratta di un passaggio rilevante, e forse decisivo, in una trattativa in corso da tempo, basata sull’interesse del presidente turco di ottenere anche il sostegno del partito curdo alla modifica costituzionale necessaria per candidarsi a un terzo mandato nel 2028, e sulle difficoltà del movimento armato curdo, che non sembra in grado di resistere alla pressione militare turca.
D’altra parte, Recep Tayyip Erdogan, che punta a ritagliarsi un ruolo nella mediazione del conflitto russo-ucraino e a riallacciare i rapporti con l’Unione Europea, ha tutto l’interesse a risolvere i conflitti interni e a dimostrare che la Turchia, nonostante tutto, resta un paese democratico, un requisito non secondario per un membro dell’Alleanza Atlantica.
In effetti, nonostante gli atteggiamenti autocratici spesso assunti dal presidente, in Turchia esiste una dialettica democratica vivace, come dimostra il fatto che le amministrazioni delle due maggiori città, Istanbul e Ankara, sono guidate da partiti di opposizione. Resta da vedere se l’appello di Ocalan sarà accolto dalla base del Pkk e se le richieste di autonomia dei curdi all’interno della Turchia troveranno una risposta, come sembra di capire, anche se i dettagli delle trattative, condotte dal leader del partito nazionalista, non sono noti.
In ogni caso, l’avvio di un processo di pacificazione interna e il superamento di posizioni pregiudiziali che finora avevano impedito qualsiasi dialogo, per non parlare di vere e proprie trattative, danno l’impressione di un cambio di passo e della ricerca di un’immagine più accettabile in occidente. Restano tuttavia aspetti critici, a cominciare dal sostanziale appoggio ad Hamas, che mantiene tese le relazioni tra la Turchia e Israele, con tutte le conseguenze del caso. Ciò non cancella, però, la sensazione di una possibile svolta positiva e di un atteggiamento più costruttivo da parte del governo di Ankara.