Il capo di Amazon detta la linea al Washington Post su libertà personali e libero mercato, avvicinandosi sempre più a Trump. Le dissimioni del responsabile degli editoriali del giornale e il pluralismo perduto
“Democracy dies in darkness” è lo slogan del Washington Post e per molti ormai dovrebbe essere tolto dalla prima pagina del giornale. Se gli attacchi al tecnofeudatario Elon Musk – come lo chiama Steve Bannon – sono relativi alla sua massiccia ingerenza nello Studio ovale e alla sua motosega contro i dipendenti federali, gli attacchi all’altro mega miliardario Jeff Bezos arrivano invece per come gestisce da un po’ di tempo il quotidiano di Washington che ha comprato nel 2013. In molti speravano che il suo buttarsi nell’editoria fosse la salvezza per la carta stampata, far respirare i giornalisti perdendo ogni anno decine di milioni di dollari. Il WaPo per anni ha criticato Trump portando a uno scontro – ora risolto – tra il presidente e il capo di Amazon, poi è stato bloccato l’endorsement alla candidata del partito democratico, Kamala Harris, prima del voto, e c’è stato un esodo sia di abbonati (centinaia di migliaia) sia di firme importanti. Poi una vignetta è stata ritirata, Bezos è andato a Mar-a-Lago e all’inaugurazione di Trump, e così altri esodi. Adesso arriva la lettera dell’editore miliardario che chiede che gli editoriali si occupino ogni giorno di “difendere e sostenere le libertà personali e il libero mercato”. E aggiunge: “Certo, copriremo ovviamente altri temi, ma punti di vista che si oppongono a questi due pilastri lasceremo che vengano pubblicati da altri”.
La sezione “opinioni” del Washington Post è sempre stata varia, sia di temi sia di posizioni, con firme conservatrici e iperprogressiste, quel tipo di varietà che ha spesso contraddistinto la stampa americana. Ora c’è chi parla di museruola, chi di “makeover Maga”. Il responsabile delle “opinioni” del giornale, David Shipley, se n’è andato. Secondo le indiscrezioni, Bezos gli ha chiesto di restare, ma solo se lo faceva con entusiasmo, e Shipley si è dimesso. Già qualche mese, fa Shipley era stato infastidito dalle indicazioni su come gestire la sua sezione arrivate dall’amministratore delegato, Will Lewis, pescato da Bezos dal Wall Street Journal per risanare i conti. Lewis, su richiesta di Bezos, gli avrebbe richiesto minor varietà di opinioni e una linea meno ecumenica, ruolo che, secondo il proprietario di Amazon, oggi è di internet, non della stampa. Ma si dice che Lewis non sia davvero contento di questa scelta, e che non può fare a meno che obbedire al capo che, come ricordano in molti, ha alti interessi sulle commesse statali per la sua azienda aerospaziale Blue Origin e vuole un buon rapporto con questa nuova Casa Bianca. Lewis avrebbe detto, in privato, che la nuova linea allontanerà molti lettori, visto che la sezione opinioni era parte del suo grande piano per ridare visibilità al giornale, considerato non solo che gli editoriali costano meno del lavoro delle newsroom, ma che riescono spesso a ottenere viralità e, altro pilastro del progetto di Lewis, engagement con i lettori. Un insider del Post ha detto al magazine New York che “questa non è una grande mossa commerciale, ma Bezos ha tutto il cash necessario per essere negligente. Come molti miliardari, con prospettive politiche che stanno evolvendo molto rapidamente, vive senza pensare alle conseguenze”, se non altro a quelle del giornale. E così mercoledì Shipley ha parlato negli uffici del giornale davanti a colleghi e dipendenti, ringraziandoli e salutandoli con la solita emotività degli addii.
Shipley, 61enne dell’Oregon, dopo un posto di caporedattore nella rivista New Republic, per dodici anni ha lavorato al New York Times, è passato a Bloomberg News e, giusto tre anni fa, al Washington Post di Bezos. Con lui nella squadra il giornale aveva vinto due Pulitzer. Negli anni Novanta Shipley era anche stato speechwriter del presidente Bill Clinton. Forse un profilo troppo poco allineato a quella che viene vista come una deriva verso destra da parte di Lewis, che infatti non riesce a trovare un direttore. Tutti rifiutano la posizione, e quello ad interim, Matt Murray, anche lui veterano del Wall Street Journal, è costretto a guidare un quotidiano che sta perdendo l’identità del suo slogan e della sua storia, che va dal Watergate ai Pentagon papers. Il leggendario Bob Woodward già qualche tempo fa criticava la linea di Bezos parlando di scelte “vergognose”. Da “Democracy dies in darkness”, come ha fatto notare lo stesso quotidiano di proprietà di Rupert Murdoch, ci si avvicina allo slogan del Wall Street Journal: “Free market, free people”. Più che “rendere cristallini i nostri valori”, come annuncia Bezos, si tratta di distruggere il pluralismo.