A che servono ancora i direttori creativi

Per fortuna i ragazzi si convinceranno che a loro non capiterà mai, perché la mamma glielo ripete sempre, quanto siano speciali, ma quanta fatica faranno ormai le tante scuole di moda a vendere i loro corsi da ventimila euro all’anno da quando è diventato chiaro che i direttori creativi, lavoro dei sogni di una generazione di artisti mancati e avvocati senza vocazione, nei grandi brand sono diventati un surplus, possono durare meno di due anni e vengono cacciati come lacchè.

Estromessi dal sistema senza cerimonie e senza grazia, si prendessero la loro buonuscita milionaria e fuori dai piedi, con la carriera rovinata per sempre, perché quando cadi da certe altezze non c’è rinascita se non con una linea tua, che però significa bruciarsi tutti i risparmi, come accadde al compagno di Gianni Versace, circondato da una pletora di parassiti che altro che le commedie di Goldoni e di Molière, due anni e poi l’oblio. Adesso, lo schema si ripete con maggiore ferocia, perché rispetto a tre decenni fa è la finanza a dettare le regole del gioco, e investitori e analisti, dal basso delle loro scrivanie dove si ingozzano di pizze e Coca Cola senza capire niente delle tempistiche minime necessarie di questo settore, vogliono solo verificare se la scommessa trimestrale sia stata vinta o persa, se si compreranno la Lexus nuova o no, e al primo segno negativo esigono il sacrificio umano, la testa che rotola con un tonfo ben udibile nel cesto mentre loro eruttano soddisfatti il gas dell’ennesima lattina.

Sabato De Sarno, cacciato da Gucci venti giorni prima della sfilata, ma cinque prima della diffusione dei difficili dati di bilancio; Luke e Lucie Meier di Jil Sander, ai quali avevamo chiesto un’intervista un mese fa e l’ufficio stampa ci aveva lasciato intendere che non fosse il caso e allora era stato chiaro che anche per loro fosse suonata la campana a morto, le tocsin: sfilata due giorni fa, calcio nel sedere due ore dopo la passerella. Kim Jones, certo una grave errore di valutazione da parte di Lvmh che pure l’ha lasciato per anni a capo di Fendi, ma ecco anche per lui la Légion d’honneur consegnata da Anna Wintour e due giorni dopo il benservito. E il nuovo direttore creativo di Blumarine, David Koma? Chissà, di certo il suo non è stato il debutto più fragoroso dell’anno, ma che cosa aspettarsi da creativi che devono fare moda nuova ma non eccessiva, di grande qualità ma con prezzi sufficientemente bassi da permettere al fondo che li controlla di “marginare bene”, originale ma “mettibile”, aggettivo-mantra di una pletora di signore che non hanno né l’età né la silhouette per ben figurare in una sottoveste di seta artificiale, ma vogliono comunque il capo di moda, lo vogliono a buon prezzo e allora alla fine si rivolgono a Zara o a OVS che dopotutto hanno chiamato creativi di gran nome.

Osservi la mostra di Balenciaga organizzata dall’associazione dei calzaturieri spagnoli al Museo di palazzo Morando e capisci perché piacesse tanto la sua moda: perché valorizzava, con tessuti sublimi, le donne ricche ma non alte, non giovani, non belle, non magre. Perché scopriva punti sui quali l’età e le gravidanze incidevano poco: i polsi, le caviglie, l’attacco del collo. Perché erano abiti fatti per durare generazioni, e infatti sono giunti fino a noi modificati, rivisti, adattati, e quasi sempre bellissimi, dinamica impossibile con i sacchetti di plastica del suo successore Demna Gvasalia. Alle sfilate milanesi, ma corrono voci anche su quelle di Parigi che apriranno la prossima settimana, capita ormai sempre più spesso di sedersi ad assistere alla presentazione di una collezione di cui non si sa se il creatore sarà ancora in ufficio il giorno dopo per raccontarla ai compratori. Non è un caso che le maison che reggono di più e più convincono sono quelle dove, da decenni, si assiste a piccoli aggiustamenti e si immaginano dialettiche interne certamente vivaci, ma sempre risolta in un piccolo passo avanti. Duole dirlo, dopo che per anni abbiamo scritto che la scarsa managerializzazione avrebbe portato la moda italiana alla sussidiarietà rispetto a quella francese, ma le aziende che al momento funzionano a producono utili sono quasi tutte padronali, cioè imprese dove l’amministratore delegato non ha il potere di mettere il direttore creativo con le spalle al muro perché quest’ultimo è quello che gli paga lo stipendio a fine mese, o perché le due figure coincidono, come nel caso di Giorgio Armani e di Brunello Cucinelli, che a fine anno presenterà a Cinecittà un biopic di regia internazionale e fra due mesi riceverà a Caserta, alla Vanvitelli, un altro dottorato honoris causa, in architettura.

Poche ore fa, Prada ha presentato ai mercati internazionali una delle collezioni più favolose della sua storia, una “jolie madame” balmaniana rivisitata in chiave terzo millennio ma imparentata parecchio anche con il non-finito di Margiela, dunque una moda colta, sofisticata, irriproducibile dagli Zara a meno di un mettere in campo una rivoluzione dei prezzi. Max Mara propone a ogni stagione una rilettura dei capispalla da manuale e ultimamente vi ha inserito anche una moda di proporzioni classiche ma sontuose e perfette, mentre Zegna prosegue da anni con Alessandro Sartori una lenta e costante rivoluzione stilistica che l’ha portata ai vertici della desiderabilità non solo del pubblico maschile in genere, ma del pubblico maschile della moda. Due sere fa, Fendi ha festeggiato il centenario con una sfilata-evento che rileggeva i codici della maison con grande garbo, ricca di affetto e di bellezza: l’ha disegnata, si dice dopo essersi battuta parecchio, Silvia Venturini Fendi, la designer che forse ha compiuto il più lungo apprendistato della storia della moda, essendo letteralmente cresciuta accanto a Karl Lagerfeld. Non c’era nessuno degli Arnault ad assistere alle celebrazioni, un po’ sottotono, del primo marchio italiano che abbiamo acquistato, ormai un quarto di secolo fa, e speriamo che l’abbiano fatto per delicatezza nei riguardi della famiglia, tutta presente, e non per altri motivi. Ma speriamo davvero che mettano fine alla girandola di nomi che negli ultimi mesi si susseguono nel toto-Fendi facendo una scelta oculata, e magari guardando dentro casa, più che fuori. In Italia, come in Francia, le uniche imprese della moda che continuino a produrre utili, un trimestre dopo l’altro, sono quelle dove la finanza è sì presente, ma non conduce il gioco: Chanel e, naturalmente, Hermès, la maison più austera, più discreta e più copiata e contraffatta, il cui solo nome è fonte di imbarazzi per il governo italiano che, se davvero i commerci della ministra Santanché con i vu cumprà del Forte fossero provati, avrebbe qualche difficoltà a fare del ministero del Made in Italy un vessillo del proprio operato.

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