I miei giorni a Parigi

La recensione del libro di Banine edito da Neri Pozza, 288 pp., 16 euro

Umm el Banine Assadoulaeff alias Banine, nata a Baku all’inizio del Novecento e naturalizzata francese vive oggi (finalmente) una giusta e doverosa riscoperta. Anima inquieta e donna ribelle a ogni schematismo sociale e patriarcale, Banine è figlia della ricca borghesia industriale (l’origine della ricchezza sta nel possedimento di pozzi di petrolio) e culturale azera dal carattere cosmopolita che la porterà inevitabilmente a ripudiare il proprio stesso ceto sociale e a intrecciare relazioni con il mondo artistico della capitale francese. Infatti, dopo un matrimonio obbligato celebrato nel 1920 quando lei ha poco più di quindici anni, Banine fugge da Istanbul a Parigi dove frequenta la diaspora russa tra cui Ivan Bunin, Marina Cvetaeva, Nikolaj Berdjaev e alcuni tra i principali scrittori e intellettuali francesi, tra cui Henry de Montherlant (che diverrà suo confidente intimo) e André Malraux. Banine vive un’amore appassionato e travagliato con Ernst Jünger, le cui pagine d’epistolario sono tra le più belle del Novecento. Motivata e spinta dai suoi nuovi incontri, Banine dopo un esordio prettamente romanzesco pubblica nel 1945 I miei giorni nel Caucaso, riproposto nel 2020 da Neri Pozza nella traduzione di Giovanni Bogliolo. Sempre Neri Pozza ora porta in libreria quello che può essere definito il suo seguito: I miei giorni a Parigi (traduzione di Sonia Folin e con una bella e utile prefazione di Valentina Maino).

Il libro si concentra sugli anni parigini, sull’incontro con gli artisti dell’epoca. Vi si ritrovano le indecisioni e le paure, e anche la liberazione di ritrovare sulla pagina scritta una forma inedite del sé, una scoperta di una possibilità nuova per Banine di esprimersi e dare permanenza a una vita da avventuriera tanto fragile quanto appassionante, tanto rischiosa quanto meravigliosa. Ed è proprio nei codici della meraviglia che prende forma I miei giorni a Parigi. Lo stupore domina le pagina senza mai dimenticare le contraddizioni e la solitudine di una donna in mezzo sempre a molti uomini e la lotta necessaria per dare corpo a un’identità oltre il proprio genere. Un libro che offre un sogno possibile e per nulla vacuo, ma che anzi rivendica una necessità esistenziale che libera dai confini imposti (e spesso autoimposti) e prova a giocare in campo aperto con il tempo concesso. Banine muore nel 1992 dopo aver visto quasi interamente un secolo compiersi. Un secolo che nei suoi libri dà il senso di una vita.

Banine

I miei giorni a Parigi


Neri Pozza, 288 pp., 16 euro

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