I precedenti storici di Roosevelt e Reagan e la vasta schiera di potenziali eredi Maga. Il movimento trumpiano, ormai strutturato e ricco di fazioni interne, guarda già oltre Trump, con figure emergenti come J.D. Vance e l’ipotesi di una sua successione familiare
Sono passati poco più di sette mesi da quel 20 gennaio 2025 in cui Donald Trump ha cominciato la sua seconda presidenza, e indubbiamente ha già cambiato in modo profondo l’America e il mondo. Chi non apprezza il trumpismo fa il conto alla rovescia per le elezioni di Midterm del 2026 e per la fine del mandato del presidente. Ma potrebbero essere calcoli inutili.
I vent’anni di dominio democratico con F.D. Roosevelt e Truman. L’èra reaganiana che durò dodici anni, inclusi i quattro di George Bush Sr.
La storia degli Stati Uniti è fatta anche di lunghi cicli di controllo della Casa Bianca da parte dello stesso partito. E se il 2025 fosse solo l’Anno Uno di un ciclo del genere, l’inizio, cioè, di un percorso di dodici anni di potere Maga (quattro di Trump e otto di un suo successore)? E’ già successo e ci sono molti elementi per sostenere che siamo entrati in una lunga era repubblicana a trazione trumpiana. Qualcosa di simile ai vent’anni di dominio democratico delle presidenze Roosevelt-Truman, o ai dodici di controllo della Casa Bianca da parte dei repubblicani con Ronald Reagan e George H.W. Bush.
Per vedere di nuovo il giuramento di un presidente estraneo al mondo Maga potrebbe essere necessario attendere fino al 20 gennaio 2037
Resta da vedere cosa saranno diventati quel giorno gli Stati Uniti, dopo tre mandati presidenziali caratterizzati, con ogni probabilità, da un fortissimo allargamento del potere esecutivo rispetto agli altri poteri costituzionali. Trump il prossimo giugno compie 80 anni, la Costituzione gli vieta di cercare un terzo mandato e non è detto che ne avrebbe comunque le forze, in un’America che ha appena vissuto il dramma di veder diminuire improvvisamente, nel giro di un anno, le capacità fisiche e mentali di un presidente in carica, Joe Biden. Ma il presidente ha ormai creato a Washington un ampio ecosistema di seguaci votati all’ideologia Maga e potrà continuare per anni a “dare le carte” – per usare il suo linguaggio – anche fuori dallo Studio Ovale. Trump invidia a Vladimir Putin i suoi venticinque anni di potere e sogna di imitarlo, anche senza sedere necessariamente alla Casa Bianca, ma restando la figura di riferimento della politica statunitense. In realtà gli Stati Uniti sono già da dieci anni immersi nell’“èra di Trump”, cioè dalla discesa in campo nel 2015 dell’allora immobiliarista e personaggio televisivo. In una prospettiva storica il suo primo mandato viene ora visto come una sorta di test, durato solo quattro anni anche perché il protagonista e il suo movimento non erano ancora preparati. Il quadriennio di Biden è stato il vero incubatore del pensiero Maga, che ora esprime il suo pieno potenziale. Resta da vedere se resisterà sul lungo termine o se si sfalderà per la lotta interna che sta emergendo tra le molte anime che lo compongono. Nei due secoli e mezzo di storia degli Stati Uniti – nel 2026 si celebrano i 250 anni dalla Dichiarazione d’indipendenza – ci sono diversi esempi di lunga permanenza di una forza politica alla guida del potere esecutivo. Nell’Ottocento fu il caso del quarto di secolo dominato da quello che si chiamava all’epoca il Partito Democratico-Repubblicano, che sconfisse e annichilì alla fine del Settecento i Federalisti di Alexander Hamilton e controllò la Casa Bianca per ben sei mandati consecutivi dal 1801 al 1825. E’ l’epoca passata alla storia come l’era dei “Good Feelings”, con le presidenze di Thomas Jefferson, James Madison e James Monroe. Ma pur con il dominio di una sola forza politica, c’erano tutt’altro che “buoni sentimenti”, e le battaglie interne erano fortissime. Al punto che poi il partito unico si sfaldò e prese avvio l’epoca del bipartitismo attuale.
Nel Ventesimo secolo la presidenza a cui guarda il mondo Maga, sperando di imitarla, è quella del democratico Franklin Delano Roosevelt. I repubblicani avevano dominato per tutti i ricchi e spensierati anni Venti, con due presidenti fautori dello “small government” come Calvin Coolidge e Herbert Hoover, ma il crollo di Wall Street nel ‘29 e l’inizio della Grande depressione cambiarono tutto, e condannarono il partito a vent’anni di opposizione. Roosevelt morì a metà del suo quarto mandato – e dopo di lui fu cambiata la Costituzione per inserire il limite dei due mandati – ma la Casa Bianca rimase nelle mani dei democratici grazie al suo vice Harry Truman, tenendo così quindi lontani i repubblicani dal potere dal 1933 al 1953. Il partito di minoranza rimase tale per quasi tutto il ventennio anche in Congresso, con la sola eccezione del biennio ‘47-’49 quando i repubblicani conquistarono Camera e Senato, per poi riperderli. Fu solo con l’arrivo alla Casa Bianca di Eisenhower che il ciclo democratico si interruppe.
A bilanciare e tenere sotto controllo l’asse Casa Bianca-Congresso negli anni di Roosevelt fu il terzo potere costituzionale, quello giudiziario, con una Corte Suprema tra le più aggressive e polarizzate della storia. Dei nove giudici supremi, quattro erano ostili al New Deal di Roosevelt, tre a suo favore (la stampa li ribattezzò “i quattro cavalieri” e i “tre moschettieri”), con due soli giudici che facevano da ago della bilancia. FDR fu protagonista di scontri epocali con la Corte, fino a quando non riuscì a spostarla, a colpi di nomine, verso posizioni più progressiste. Un problema che Trump e il suo movimento non dovrebbero avere per molti anni, vista la solida maggioranza 6-3 di cui godono i conservatori al momento nell’Alta Corte.
Diverso lo scenario politico dei dodici anni reaganiani seguiti alla sconfitta, dopo un solo mandato, del presidente democratico Jimmy Carter – che assomiglia a quella di Joe Biden. Reagan e il suo vice e successore Bush dovettero fare i conti con una Camera costantemente in mano all’opposizione democratica dal 1981 al 1993. Il Senato rimase repubblicano per sei degli otto anni della presidenza Reagan, per poi passare ai democratici fino alla fine degli anni di Bush Sr., che si trovò quindi a governare con tutto il Congresso controllato dagli avversari politici. La Corte Suprema era invece orientata a destra fin dall’inizio dei dodici anni repubblicani, e lo divenne sempre di più con le quattro nomine fatte da Reagan nel corso del suo mandato. Se il trumpismo presidenziale durasse ancora per altri due-tre mandati, vista la composizione della Corte, l’unica differenza nell’equilibrio dei poteri la potrebbe fare il Congresso, come all’epoca di Reagan-Bush. Al momento i repubblicani controllano sia la Camera, sia il Senato e il primo test in questo senso sarà rappresentato dalle elezioni di Midterm del novembre 2026, quando sarà rinnovata completamente la Camera e cambierà un terzo dei senatori. L’attuale vantaggio del Gop è minimo, ed è per questo che in queste settimane si gioca in America una spietata battaglia sul gerrymandering, cioè sulla modifica dei confini geografici dei distretti elettorali fatta a tavolino per spostare le maggioranze da un partito all’altro. Un’operazione di ingegneria elettorale che è da sempre una piaga provocata dal sistema maggioritario, ma che adesso è diventata una battaglia politica particolarmente violenta in Texas, in California e in altri stati in cui entrambi i partiti cercano di costruire le condizioni per vincere seggi extra.
I democratici sono alla ricerca di nuovi leader e nuove idee per sfidare il mondo Maga, ma al momento non sembrano in grado di poter andare oltre la conquista di una, o magari due camere del Congresso. Si trovano cioè nella stessa situazione degli anni di Reagan-Bush, che si conclusero solo quando spuntò un giovane governatore del Sud capace di indicare un percorso nuovo: Bill Clinton. Ma con la scomparsa politica della generazione di Biden, dei Clinton e della Pelosi e con Barack Obama che fatica a fare il “padre nobile” di un partito a corto di idee, non è chiaro quanto tempo servirà ai democratici per tornare competitivi agli occhi degli elettori. Ci sono quindi, per ora, tutte le condizioni per immaginare che dopo Trump alla Casa Bianca rimanga un trumpiano. Ma dopo un capo così carismatico, al movimento Maga servirà non solo un leader ma un programma che non sia solo di “svuotare la palude di Washington” e disfare il sistema precedente. Nel lungo termine occorrerà anche costruire. E qui verrà a galla lo scontro tra le diverse fazioni (in Italia le chiameremmo correnti) che si stanno delineando nell’attuale galassia Maga. Il Washington Post ne ha individuate sei.
La più solida e strutturata è quella dei populisti, i duri e puri che sono lo zoccolo del successo di Trump. Dove stiano andando, in termini di costruzione di un percorso politico, lo ha fatto capire nei giorni scorsi al Meeting di Rimini il politologo Patrick Deneen della Notre Dame University, amico e teorico di riferimento del vicepresidente J.D. Vance. Nello stesso Meeting in cui Mario Draghi e la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola hanno rilanciato l’importanza di difendere le democrazie liberali sotto attacco e messo in guardia sulla necessità per l’Europa di doversi arrangiare a lungo senza contare più come in passato sugli Stati Uniti, Deneen è venuto a spiegare “perché il liberalismo ha fallito” (titolo di un suo celebre libro). Il professore di Notre Dame ha descritto un liberalismo vittima del suo successo e ucciso, a suo dire, dalla deriva woke che avrebbe provocato, e ha annunciato l’arrivo al suo posto dell’èra del “post liberalismo”. In cosa consista quest’ultimo resta per ora poco chiaro, ma è questo il terreno su cui probabilmente si avvierà l’America dopo Trump se a prenderne la guida sarà Vance, al momento il più quotato tra i presidenti in pectore. Gli esponenti più in vista della fazione dei populisti Maga, da Steve Bannon a Marjorie Taylor Greene e Charlie Kirk, probabilmente appoggerebbero con convinzione una presidenza “post liberale” di Vance. A meno che non scenda in campo e si candidi un altro loro beniamino, il conduttore televisivo e podcaster Tucker Carlson, che gode di un’enorme popolarità anche dopo aver lasciato la corazzata televisiva di FoxNews per dedicarsi a produzioni digitali autogestite.
La seconda fazione che sta emergendo è quella dei repubblicani tradizionali, che si stanno rivelando più resilienti del previsto e hanno imparato a “gestire” Trump. I loro esponenti più navigati sono il senatore della South Carolina Lindsey Graham e il leader del Senato John Thune, ma nessuno dei due sembra avere la statura da candidato alla presidenza. Questa fazione invece vedrebbe bene, come successore di Trump, uno come Marco Rubio, il segretario di stato, o un governatore di successo come Glenn Youngkin (Virginia) o Brian Kemp (Georgia). Ma potrebbe anche lasciare aperta la porta per un nuovo tentativo di Nikki Haley, se dovesse riavvicinarsi all’establishment Maga. Poi ci sono – terza fazione – i conservatori fiscali di stampo liberista e sostenitori dello “small government”, molto lontani da quel post liberalismo di cui parla Deneen, che presuppone invece un governo federale molto forte. In quest’area si collocano personaggi che hanno già tentato una corsa alla Casa Bianca e sono stati schiacciati da Trump, come Ted Cruz e Ron DeSantis. Difficile che ci riprovino nel 2028, a meno di non ricevere la benedizione direttamente dal presidente uscente. La quarta fazione è quella della destra religiosa, un importante ago della bilancia, ma che non sembra avere il peso per esprimere un candidato forte. Non se ne vedono per ora all’orizzonte: l’esponente di maggior rilievo di quest’area è lo speaker della Camera Mike Johnson, che ha costruito un buon rapporto con Trump e si sta rivelando a sorpresa più resistente dei suoi predecessori, ma il salto verso la Casa Bianca pare prematuro.
In casa Maga c’è anche l’incognita della fazione della Silicon Valley e di quale ruolo possa avere in campagna elettorale il mondo tech. Dopo che Elon Musk ha abbandonato il gruppo e salutato Washington – promettendo di fondare un suo partito che per ora sembra inesistente – sono rimasti nell’orbita trumpiana i vari Peter Thiel, Marc Andreessen, David Sacks, ma per ora manca una proposta politica chiara. Ci sono infine gli outsider infilatisi in casa Maga e in diversi casi provenienti dai democratici, come il ministro della Salute Robert F. Kennedy Jr., che sta creando un suo movimento Maha (Make America Healthy Again) controverso e pieno di fanatici cospiratori, ma che quasi sicuramente sfocerà in una nuova campagna presidenziale. In quest’area si potrebbero collocare anche un paio di pasionarie di Trump molto ambiziose, come la capa dell’intelligence Tulsi Gabbard e quella della sicurezza nazionale Kristi Noem: entrambe sembrano avere in testa la campagna elettorale 2028. A spiazzare tutti però, alla fine, potrebbe essere il solito Trump, se decidesse, non potendosi ricandidare, di tenere la presidenza in famiglia e di candidare un figlio: tra Don Jr., Eric e Ivanka, la scelta è ampia. Senza contare gli altri figli e i vari coniugi che affollano il clan Trump.