Con “Verso Capo Horn” l’autore approda in Adelphi. Le sue antenne sono molto ricettive e il suo spirito poroso è in grado di intuire le premonizioni di un viaggio
“Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo”. Così ironizzava Fellini, il quale ha talmente plasmato l’immaginario collettivo da essere diventato un aggettivo, felliniano, per l’appunto, che rimanda a un’atmosfera onirica, grottesca e caricaturale.
Lo stesso è successo a pochi altri grandi, come Kafka, Pirandello, forse Pasolini e qualcun altro. Magari un giorno si potrà aggiungere al vocabolario della lingua italiana l’aggettivo “faravellico”. Forse dirà poco o nulla ai più, ma una volta entrati nel mondo di Stefano Faravelli, pittore, scrittore, viaggiatore e orientalista, si comprenderà che questa parola assume un’autonomia e un significato cristallino.
In un presente in cui viaggiare è diventato così comune, anche in località remote, definirsi viaggiatori rischia di essere un po’ naif. Eppure le orde che si spostano fino in capo al mondo spesso non viaggiano, ma piovono sui luoghi, consumando esperienze prefabbricate (“si possono fare diecimila miglia senza per questo aver viaggiato” […] “non viaggiavano gli emigranti ottocenteschi, che pure mutavan di cielo, nè viaggiano i turisti in gregge, che una guida incattivita riempie di capolavori” scriveva Manganelli nel viatico della “Favola pitagorica”).
Stefano Faravelli non è un viaggiatore ossessivo, non è affetto da dromomania, ma è un viaggiatore a chiamata. Viaggia cioè solo quando è la destinazione a chiamarlo, quando un determinato luogo lo ha sedotto a tal punto che dentro di lui è già germogliato. Solo allora, dopo che il viaggio è iniziato con l’immaginazione, parte anche nella dimensione corporale e spaziale.
Così è avvenuto per la Patagonia. Se è vero che “l’universo è una semiotica di avvisi di partenza”, come ha scritto Guido Piovene, bisogna essere in grado di decifrare tale sistema di segni. Le antenne di Faravelli sono molto ricettive e il suo spirito poroso è in grado di intuire le premonizioni di un viaggio. Sono stati quindi i “presentimenti patagonici”, come li ha definiti, a convocarlo in un viaggio al termine del mondo, in quella terra antipodale da sempre ritenuta una res nullius da parte dell’occidente, un luogo della mente ancor prima che uno spazio fisico. Una vecchia fotografia scattata dall’esploratore missionario Alberto Maria de Agostini, dove un uomo è sopraffatto dalla contemplazione sublime di un immane ghiacciaio in Patagonia, ricevuta in dono da un’amica in giovane età, emanava da anni “onde patagoniche” nel suo atelier. I libri che gli regalava la madre da bambino e poi l’incontro con il gigante Patagone nel museo etnologico di Firenze sono stati ulteriori segni, paragonabili alla presunta pelle di brontosauro che aveva spinto il piccolo Chatwin a desiderare di spingersi “In Patagonia”. L’invito al viaggio si è fatto poi concreto quando, in occasione di un apiario, uno dei corsi faravellici di carnet de voyage (dove il pittore immagina i suoi adepti come api che vanno a bottinare il nettare della bellezza), una sua allieva e la madre, affascinate a tal punto da questo artista, gli avrebbero detto: “Abbiamo una nave che attualmente si trova in Argentina e partirà per la Patagonia, c’è un posto per te se vuoi”. Da questo insieme di congiunture nasce “Verso Capo Horn”, il carnet con il quale Stefano Faravelli approda in Adelphi, ideale consesso al quale l’autore sembra appartenere da sempre, essendo per indole e attività il più eslege tra gli originali. Maestro nell’arte del taccuino, dove confluiscono insieme pittura ad acquarello, scrittura calligrafica e apporto fisico di oggetti trovati lungo la strada, che danno matericità al carnet, Faravelli ha seguito la spedizione australe a bordo di Adriatica, lo sloop di 21 metri già protagonista del programma televisivo “velisti per caso”. Così, come un antico pittore naturalista, ha partecipato alla spedizione catturando nel suo taccuino immagini, visioni e altri tesori. Faravelli sembra aver fatto sue le parole di Goethe: “Quello che non ho disegnato non l’ho visto”. Accucciato sulla prua della nave, su uno scoglio o disteso sulla spiaggia, ha cacciato col pennello pinguini e bivalvi, relitti di imbarcazioni e di animali spiaggiati, molluschi, uccelli e frammenti organici. In una di queste cacce sottili, simili a quelle effettuate da Ernst Jünger (di cui Faravelli è stato amico e forse discepolo), il pittore-cacciatore ha rinvenuto l’unghia di un pinguino, prontamente tesaurizzata all’interno del taccuino-scrigno. Quest’unghia, che ha una storia rocambolesca di scomparse e riapparizioni, è diventata il segnalibro nella versione anastatica del taccuino pubblicata da Adelphi (una vera e propria anástasis per il pinguino patagonico). Nelle pagine del volume si leggono poi descrizioni, appunti, didascalie e pensieri che hanno la brevità fulminea della rivelazione o l’afflato della poesia. Tutte riflessioni scritte in una lingua pura, sempre esatta, scientifica e insieme poetica, che chiama le cose col loro vero nome (c’è qualcosa di adamitico nella nominazione delle cose di Faravelli). La calligrafia è quindi trascritta nel volumetto contenuto all’interno di una tasca, che ne fa così un vero libro marsupiale. Ci sono poi gli incontri con le persone, i compagni di viaggio, quelli vivi sulla barca ma anche i compagni trapassati eppure presenti nell’immaginario di questi luoghi, come Darwin e Robert FitzRoy, entrambi passeggeri fantasma di Adriatica. L’incontro umano più commovente è però quello con i pochi nativi rimasti in queste terre, come Cristina Calderón, che Faravelli incontra sull’Isla Navarino e ritrae in uno schizzo che restituisce lo sguardo profondissimo pieno di dignità di questa donna, che è l’ultima parlante della lingua yaghan (inesauribile miniera lessicale che può dire la parola spiaggia in moltissimi modi diversi, riferendosi sempre a un tipo di spiaggia diversa). Quando l’abuela Cristina chiuderà definitivamente gli occhi, l’uomo perderà un pezzo della sua complessità, della sua storia e bellezza. Faravelli spende qui una pagina molto intensa per raccontare l’orribile eradicazione delle popolazioni autoctone da parte dei coloni, soprattutto tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, quando la caccia all’indio era praticata come sport. E ancora intense sono le pagine in cui racconta della sua visita in un vecchio penitenziario di Ushuaia. All’interno dei padiglioni e nelle celle se ne va a caccia dei disegni graffiti dai prigionieri sulle pareti, riportando nella pagina alcune scritte e ritratti di carcerati, rievocando le continue cacce alle scritte sui muri delle strade o dei manicomi di Guido Ceronetti, che riportava spesso nei suoi libri di viaggio. Anche di Ceronetti Faravelli è stato amico e collaboratore, e proprio il filosofo marionettista aveva intuito un aspetto profondo di questo pittore, avendo scritto che “Stefano è il solo artista in grado di dipingere con un capello presumibilmente corto, oppure un pelo di coniglio strappato in modo indolore”. Discendente diretto dei grandi maestri del taccuino, di Pisanello e Leonardo, Delacroix e Ruskin, Stefano Faravelli ha creato un racconto di viaggio ricamato tra immagini e parole, dove la tensione del viaggio (e le sue disavventure) è già tutta presente nel “verso” del titolo, che allude a una meta mai raggiunta, a un atto mancato.
Se esiste una Patagonia di Chatwin e una di Paul Theroux, una di Sepúlveda e una di Mempo Giardinelli, ora esiste anche la Patagonia di Stefano Faravelli.
“Il mondo esiste per approdare a un libro”, ha suggerito Mallarmé. E i taccuini di Faravelli si fanno metonimia del mondo intero, con la loro stratificazione quasi geologica di scrittura, immagine e materia fisica, che rende “Verso Capo Horn” un libro talismanico. Sfogliandolo pare di sentire il forte sibilo del vento, che in Patagonia suona quasi come delle milonghe catabatiche, e nei ghiacci e nei cetacei, nei mari e nei gusci dipinti, sembra di scorgere l’autore stesso, poiché a un certo momento, nello sforzo mimetico del dipingere queste cose, Faravelli ne diventa parte, diviene la voce del paesaggio. Una sorta di prodigiosa metamorfosi ovidiana.
Tra le setole il mondo / scivola, umido / nello spazio delle mani. / Demiurgo l’artista / che ricrea una foglia / il mare e una conchiglia. / Percola il mistero / nelle carte di un taccuino.