Da domenica 31 agosto a lunedì 1° settembre si tiene il summit della Shanghai Cooperation Organization durante il quale potrebbero essere i leader delle repubbliche dell’Asia centrale a essere al centro dell’interesse del leader cinese
Gli aerei di numerosi capi di stato e primi ministri sono pronti a partire per Tianjin. Sarà la città portuale cinese, a circa cento chilometri di distanza in direzione sud-est dalla capitale Pechino a ospitare il prossimo summit della Shanghai Cooperation Organization (Sco), il gruppo fondato il 14 giugno del 2001 da Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, in programma da domenica 31 agosto a lunedì 1° settembre.
Quest’anno la Cina ha la presidenza di turno dell’organizzazione, e Tianjin non è stata scelta a caso: grazie alla sua posizione geografica, la metropoli da oltre quattro milioni di abitanti rappresenta uno snodo strategico nell’ambito della Via della seta cinese, il grande progetto di influenza e infrastrutture globali lanciato dal leader cinese Xi Jinping nel 2013. La città rappresenta una sorta di punto di contatto tra le rotte marittime e quelle terrestri della Via della seta, parimenti fondamentali per connettere la Repubblica popolare al resto del mondo.
La simbologia però non si ferma al luogo scelto. Quello che sta per aprirsi è infatti l’incontro che sancisce il venticinquesimo anniversario dalla nascita della Sco. A distanza di un quarto di secolo l’organismo ha ampliato molto il proprio raggio d’azione originale (va detto, diluendo anche la sua efficacia), che riguardava soprattutto la sfera della sicurezza e dell’antiterrorismo, allo stesso tempo allargandosi anche in termini di paesi membri a pieno titolo o semplici osservatori.
Quest’anno i leader di venti nazioni sono attesi a Tianjin, così come i rappresentati di una decina di organizzazioni internazionali. Tra i primi spicca il nome del primo ministro indiano Narendra Modi, che si recherà in Cina per la prima da sette anni a questa parte. E ci sarà il presidente della Federazione russa Vladimir Putin, che ieri ha detto che il baricentro economico mondiale “si sta spostando verso l’Asia”, e ci sono nuove opportunità offerte da piattaforme come Sco e Brics.
Ma guardando tra le righe dell’appuntamento e contestualizzandolo con quanto avvenuto negli ultimi mesi, potrebbero essere i leader delle repubbliche dell’Asia centrale a essere al centro dell’interesse di Xi Jinping. Stando ai report pubblicati alcune settimane fa, nei primi sei mesi del 2025 la Via della seta ha ricevuto una spinta fortissima da Pechino, e il Kazakistan è stato il primo paese al mondo in termini di investimenti o impieghi finanziari fatti pervenire da parte cinese. A metà giugno il leader della Repubblica popolare ha incontrato in un summit dedicato gli omologhi centro asiatici, segno della grande attenzione che viene prestata all’area.
E l’interesse non è più legato principalmente alla dimensione logistica: la Cina è infatti in misura crescente a caccia di materie prime e risorse energetiche e minerarie sempre più fondamentali anche per il settore tecnologico (come, ad esempio, il rame) e l’Asia centrale – e soprattutto il Kazakistan – è in prima fila. Paradigmatico in questo senso è l’investimento di 12 miliardi di dollari da parte della società cinese China’s East Hope Group per la realizzazione sul territorio kazaco di un impianto di produzione di alluminio, che dovrebbe arrivare a comprendere un parco industriale, un impianto di estrazione e lavorazione e una centrale elettrica. Considerando che gli investimenti nel settore energetico o minerario richiedono accordi operativi di lungo termine, l’intesa politica tra i rispettivi è fondamentale.
Da questo punto di vista Xi Jinping pare essersi coperto decisamente le spalle. Durante l’incontro di metà giugno la relazione tra Cina e repubbliche dell’Asia centrale è stata definita “eterna” e l’allineamento politico sembra totale. D’altronde le cancellerie dell’area – kazaca e uzbeca su tutte – guardando al modello cinese con grande interesse, fatto com’è di stabilità del regime politico, crescita economica e, almeno al momento, assenza di spericolate sortite militari sul fronte internazionale – a differenza della Russia, storico alleato degli -stan centro asiatici. E’ probabile che il summit di Tianjin non farà altro che certificare ulteriormente questa dinamica.