Se fossi stati un soldato israeliano, avrei sparato. Lettera a Sofri

Caro Adriano, finché anche un solo combattente di Hamas non si arrenderà, il tempo non cambierà la nostra ferma difesa di Israele

Tu dici, caro Adriano, che l’antisemitismo trionfa e che Israele barcolla. Aggiungi che Tom Friedman l’aveva detto: non entrate a Gaza. Ma dimentichi che nello stesso articolo aveva aggiunto, dopo ragionamenti deboli sullo sbocco politico eventuale di un rilancio della politica dei due popoli e dei due stati: c’è forse un’alternativa, ma io non la conosco. Le tragedie sono la mancanza di un’alternativa, l’inevitabilità. Avevano provato a lasciare che il Qatar finanziasse Hamas in abbondanza, per tenerla buona. Calcolo che si è rivelato tragicamente sbagliato e ha portato alla piccola Shoah di Nir Oz e del festival Supernova. Avevano tollerato che i D’Alema d’Europa andassero a braccetto con Hezbollah, il Partito di Dio al servizio dei mullah di Teheran, altro calcolo sbagliato che ha liquidato il Libano e aperto il fronte del nord. Avevano sopportato centinaia di migliaia di morti nella guerra civile siriana, la distruzione di Aleppo ridotta come Gaza oggi, immolati, persone e città, al potere di Assad, altro errore per non rompere con gli Obama mondiali che guidavano le cose from behind, da dietro. Hanno aspettato che alla Casa Bianca ci fosse un amico filibustiere, ma amico, da obbligare, occupando i cieli di Teheran, a colpire i siti nucleari dei mandanti del 7 ottobre, calcolo preciso e di successo malgrado una quantità di missili sopportati da Tel Aviv e Gerusalemme.

Hanno spiegato per dritto e per rovescio che bisognava cercare un’alternativa a un processo di pacificazione fondato sull’illusione della convivenza tra una democrazia e una teocrazia nichilista, per la Cisgiordania e per Gaza, ottenendo il risultato degli accordi di Abramo. Hanno subìto l’Intifada globale ripetuta, e l’antisemitismo internazionale dispiegatosi al seguito dell’Intifada, ché l’antisemitismo antiebraico non è una novità assoluta, tutt’altro, reagendo infine in modo distruttivo con Sharon e i carri armati a Nablus e Jenin, e con il ritiro da Gaza e la smobilitazione di coloni che si sono visti bruciare presente e passato, case e sinagoghe, da Hamas e dai Gazawi. Per sostenere Sharon e i carri armati contro il terrorismo, vecchia fissa di casa, promuovemmo il giorno per Israele, ma anche allora non era una linea del giornale, era attivismo responsabile e immaturo, come deve essere. Il suicidio di Israele non esiste. Esiste il tentato omicidio di Israele. Esiste la sua legittima difesa, necessariamente fondata sulla sproporzione. La sproporzione vuol dire che Hamas deve essere distrutta. Punto. Deve arrendersi ed essere disarmata a ogni costo, primo per quel che ha fatto agli ebrei, secondo ex aequo per quel che ha fatto ai palestinesi obbligando l’esercito israeliano a distruggerli come si fa con uno scudo in carne e ossa. Cosa che come diceva Golda Meir è la più imperdonabile: vi perdoneremo perché ci avete uccisi ma non vi perdoneremo perché ci avete costretti a uccidere i vostri figli. Gli ostaggi devono essere liberati, vivi e morti, attraverso la combinazione di pressione militare, primo fattore, e negoziato, variante decisiva ma in un certo senso secondaria, dipendente dalla prima.

Gaza è un ostaggio con milioni di sequestrati, devono essere liberati anche loro. Da Hamas, non dal governo criminale di Netanyahu. Netanyahu è il capo di Israele da quasi due decenni. Si circonda di pessimi figuri, ma la sua maggioranza rappresenta la maggioranza del paese, fino a prova contraria. E un’altra maggioranza, quando questa prova ci sarà, agirebbe nella stessa direzione, concedendo qualcosa di più, a parole, al partito umanitario internazionale, al quale appartiene molta brava gente e appartengono figuri altrettanto loschi dei Ben-Gvir e degli Smotrich, se non di più. Macron e Sánchez dicono scemenze sul riconoscimento, Merz e Meloni sono più prudenti e sfidano opinioni atrocemente consolidate nel bel mondo. La Lega araba non vede l’ora di eliminare Hamas, sulla scia dell’esercito israeliano, qualunque cosa ne pensi il suo capo di stato maggiore, combattente rispettabile e politico riluttante, e nessuno dei riconoscitori le dà retta. Abu Mazen li chiama cani, come gli estremisti di destra del governo di Gerusalemme, che li provocano con la malagrazia degli imbecilli anche nel fondo di un carcere.

Al di là di tutto questo, e non è poco, e tutto questo sfida il tempo che tu invochi come pilastro per un cambiamento di orientamento che per quanto mi riguarda non ci sarà finché un solo miliziano di Hamas armato sarà in grado di inscenare il patibolo degli ostaggi, vivi e morti, e colpire un soldato o un cittadino israeliano, c’è la cosiddetta immagine. L’immagine parla contro Israele e i suoi soldati e riservisti e carri armati e aerei caccia che hanno bombardato e bombardano ovunque si annidi il nemico, con danni che nessuna persona sensata chiamerebbe collaterali, ma che sono la Dresda del 21esimo secolo, la durezza che tocca ai nazisti in kefiah. Poi si può dire che ha ragione il signor Kahn e Netanyahu è un criminale di guerra. Lo si può ripetere tutti i giorni alla radio, alla televisione, lo si può impunemente scrivere nei giornali, lo si può gridare nelle piazze e nelle strade di Israele e della Diaspora, ma questo non cambia niente. Cinque giornalisti sono stati ammazzati dall’Idf. Non so se volessero tacitare la libera stampa e proteggere un primo ministro che fa la guerra per salvarsi il culo, aberrazione, o se, come dicono i servizi israeliani, fossero stati convocati da Hamas per assistere al rapimento di soldati israeliani, una battaglia per loro da vincere aggiungendo ostaggi a ostaggi con il conforto dell’immagine. So solo che se fossi stato un soldato israeliano avrei sparato. Per difendermi. Per colpire il nemico con quella sproporzione che è tipica della guerra e dei giudizi dei tribunali internazionali.

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  • Giuliano Ferrara
    Fondatore
  • “Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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