Dal controllo di MP Materials fino al 10 per cento di Intel. Alle primarie presidenziali repubblicane del 2015 si diceva al cento per cento per la libera impresa, oggi il tycoon è diventato forse il maggiore dirigista della storia americana
Nel silenzio e nel compiacimento generale, il Partito repubblicano sta consentendo a Donald Trump di demolire l’ultimo pilastro rimasto integro dalla sua fondazione, ovverosia la difesa strenua del libero mercato e soprattutto della libertà d’impresa. “My business, my choice” è stato un assunto irrinunciabile, in varie sfumature, per ogni leader da Lincoln a Reagan. Oggi invece Trump si è guadagnato la definizione di “Chairman Trump” un gioco di parole intraducibile con “Chairman Mao”, il noto leader della Repubblica popolare cinese. Perché il presidente americano, che in un dibattito alle primarie presidenziali repubblicane nel 2015 si diceva “al cento per cento per il libero mercato” è diventato forse il maggiore dirigista della storia americana? Lo abbiamo visto di recente, quando annunciava che il governo ha ricevuto una quota del 10 per cento da parte di Intel. Senza spesa da parte del governo, ma in modo da assicurarsi una sorta di “controllo”. Come già avvenuto lo scorso giugno con l’accordo all’acquisto di U.S. Steel da parte di Nippon Steel e come avvenuto a luglio con il dipartimento della Difesa che ha ottenuto il controllo di MP Materials, l’azienda mineraria che gestisce l’unico sito di estrazione di terre che si trova sul territorio americano.
Per i sostenitori di Trump è la prova che il presidente è “bravo a fare affari”. Altri invece vedono l’anticamera di un nuovo socialismo di destra che non aveva mai trovato spazio nel Partito repubblicano, che però accusa il candidato sindaco di New York dem, Zohran Mamdani, di essere un comunista per aver proposto l’istituzione di supermercati di proprietà comunale. Ed è veramente una svolta in un partito che ha fatto della difesa della libera impresa uno dei suoi cardini di pensiero sin dalla fondazione: Abraham Lincoln, durante la campagna elettorale del 1860, tuonava contro il “lavoro rubato” dall’intreccio tra proprietari schiavisti di piantagioni, le banche e il governo federale, una lobby segreta che avrebbe composto “il potere schiavista”.
Andando avanti nel Novecento, Herbert Hoover cercò di risolvere le conseguenze della crisi economica del 1929 attivando un sistema di collaborazione tra pubblico e privato chiamato “volontarismo”, che fallì a causa della ritrosia degli imprenditori ad aiutare il governo federale. Dopo la Seconda guerra mondiale i repubblicani, dai banchi dell’opposizione, si schierarono contro la confisca delle acciaierie da parte di Harry Truman nel 1952, in piena guerra di Corea, anche se questo avrebbe bloccato la produzione di acciaio utile allo sforzo bellico. Non dimentichiamo un’altra costante, arrivata sin dal primo mandato di Trump, e cioè l’opposizione a qualsiasi sistema sanitario nazionale universale, anche nella forma di obbligo assicurativo previsto dall’Obamacare. Prima dell’ultimo rivolgimento però, c’era stato già un primissimo violatore della tradizione repubblicana. Si tratta del governatore della Florida Ron DeSantis.
Sotto il suo governo, la Florida è diventata il regno delle ordinanze restrittive contro la libertà d’impresa: sotto il Covid non si potevano imporre obblighi vaccinali né di uso di mascherine. Dopo, proibito parlare di temi razziali, di uguaglianza di genere e di altri argomenti percepiti come “woke”. Proibito inoltre esporre simboli del Pride. Tutti provvedimenti che ricordano di più un’autocrazia che la tradizione libertaria della destra statunitense. Ed è stato proprio il minuscolo partito libertario, che sopravvive con percentuali minime intorno all’1 per cento, che lo scorso agosto ha accolto con fischi e urla l’allora candidato Donald Trump alla loro convention esponendo cartelli che dicevano “Maga = socialismo”. Il tycoon aveva storto il naso dicendo sprezzante: “Va bene, continuate a perdere”. A perdere, in questo, è proprio il Partito repubblicano, che abbandona l’ultimo principio dopo aver già da tempo cestinato il ruolo muscolare dell’America nel mondo e la difesa della Costituzione. E non bastano le critiche puntute dell’ultimo maverick del Congresso, il deputato del Kentucky Thomas Massie, a questo “neosocialismo” per salvare l’onore di una formazione politica ormai ridotta a branca della Trump Organization.