Il rettore critica il sistema universitario italiano, ma dimentica le sfide quotidiane degli atenei, soffocati dalla burocrazia e dalla mancanza di autonomia. Un’analisi che ignora la realtà accademica, mentre ha un solo chiodo fisso: il governo neofascista di Giorgia Meloni
Un edificio in rovina si presta a qualsiasi uso: immobile in svendita, sito turistico, simbolo di decadenza o spunto per un recupero urbano. Lo stesso vale per l’università italiana, in condizioni tutt’altro che floride. Leggendo l’opuscolo Libera università (Einaudi) del meraviglioso rettore Tomaso Montanari, pare debba diventare una palestra di opposizione politica. Il chiodo fisso del meraviglioso è il governo neofascista di Giorgia Meloni, pronto a sfasciare l’antifascista università di Siena e le altre. Teme che sua Eccellenza la premier voglia mettere in riga lui e i liberi e forti come lui. Con insistenza evoca lo spettro del giuramento di fedeltà al regime, centodue anni fa. Un suggerimento: nella prossima edizione aggiunga che gli astronomi impegnati in dibattiti su materia oscura e onde gravitazionali rischiano la scomunica per aver difeso il modello eliocentrico. Che poi qualcuno, fuori e dentro l’università, giochi al censore – tra interrogazioni parlamentari su un docente lgtbqista di Sassari e il consiglio di amministrazione della Statale che sospende un professore per uno sfottò a Kamala Harris – non significa che le aule vengono sorvegliate dalla polizia segreta. Significa, e non è una novità, che la madre dei miserabili è sempre incinta.
Il meraviglioso si perde in divagazioni su sionismo e popolo palestinese, Russia, Leonardo spa, tolleranza, uomini e donne, Berlusconi. Scambiando l’università italiana per Harvard, denuncia il clima agonistico che corrompe la vita di docenti e discenti. Alle volte viene da chiedersi se sogna o è desto. Mi consenta di dargli un’informazione su ciò che accade in tutte le università, tranne la sua: i ragazzi non sono più in grado di leggere un libro dall’inizio alla fine, figuriamoci studiarlo. Per chi insegna, preparare le lezioni in modo serio e fare esami non farseschi è diventato difficile, e molti gettano la spugna. Essere professore, oggi, vuol dire ricoprire incarichi amministrativi, riempire tonnellate di scartoffie e partecipare a una sfilza di riunioni più rituali che necessarie. Il decadere della qualità dello studio è il risultato di cambiamenti epocali fuori dal controllo di chiunque, anche di un rettore così meraviglioso. Però le scartoffie e le riunioni non sono colpa del sionismo, né dell’aziendalismo neoliberale su cui l’opuscolo si diffonde, ma della burocrazia di stato, il vero elefante nella cristalleria accademica.
Su un punto ha ragione: le università non possiedono alcuna autonomia e sono costrette ad applicare regolamenti nazionali che prescrivono quante volte al giorno un bidello può soffiarsi il naso. Di nuovo: non perché il governo vuole conculcare la libertà d’insegnamento. Se lo scopo fosse questo, significherebbe che nelle università circolano idee audaci. Invece, la macchina burocratica che stritola gli atenei non ha scopo, è un moloch cieco e stupido, un’arancia meccanica che gira a vuoto, un carosello grottesco e inutile.
Il meraviglioso è riuscito a vergare centotrentasei pagine sull’università quasi senza parlare di università. Non è distrazione, ma la conseguenza di un disegno preciso: sostituire la formazione con l’edificazione morale, lo studio con i buoni sentimenti, la cultura con le virtù civiche. Preoccupa il fatto che, da anni, un equivoco così deliberato viene accolto con entusiasmo più o meno ovunque. Gli effetti si vedono, e sono esiziali. Per citare “Star Wars”, l’università italiana si sta suicidando accompagnata da uno scroscio di applausi.