Lo storico Guri Schwarz ha invitato a ragionare sul “dispositivo comunicativo” innescato dal 27 gennaio a partire da alcune prime pagine dei giornali. Fino a parlare delle “deportazioni naziste di Trump”
A che serve il Giorno della memoria? Me lo chiedo ogni anno. E non per abitudine, ma perché i contesti cambiano e ogni volta mi suggeriscono una risposta leggermente diversa. Di certo non serve a impedire che il passato si ripeta in altre forme (nessuna ricorrenza pubblica ha questo potere); non serve ad aggiungere nuovi lucchetti alla gabbia in cui abbiamo rinchiuso nel 1945 la bestia dell’antisemitismo, che anzi se ne va a spasso come il gorilla di Brassens; non serve, infine, a diffondere una migliore conoscenza della storia. Forse, semplicemente, la mia domanda annuale è mal posta. Non bisogna partire dagli scopi sbandierati, ma da quelli concretamente perseguiti. In altre parole: per sapere a che serve il Giorno della memoria la cosa migliore è osservare come viene usato. Lo storico Guri Schwarz, sulla sua pagina Facebook, ha invitato a ragionare sul “dispositivo comunicativo” innescato dal Giorno della memoria a partire da alcune prime pagine di sabato 25: “Se questo è un uomo” (l’Unità, e nel sottotitolo: “e ora il nuovo negazionismo: i lager in Libia”); “La deportazione” (La Stampa, con la foto degli immigrati espulsi da Trump e un commento intitolato: “Se questi sono uomini”). Dice Schwarz – e mi perdonerà se riporto dei commenti espressi in un contesto informale, ma mi paiono felicemente formulati – che il Giorno della memoria “attiva certi codici, i quali vengono poi usati per i fini più diversi”, e che l’effetto di questi riferimenti trans-storici strumentali è bidirezionale, nel senso che “l’operazione di Trump e gli eventi del secolo scorso si ridefiniscono vicendevolmente”. Così si arriva, aggiungo io, a un Berizzi che parla direttamente delle “deportazioni naziste di Trump”. A che serve, in fin dei conti il Giorno della memoria? A fraintendere in un colpo solo il passato e il presente.