Due mesi, 62 giorni di guerra, giovani medici, autisti, avvocati ora tutti in divisa che non hanno più rivisto la famiglia dal 7 ottobre, 186 ostaggi ancora in mano ad Hamas, anche ieri tre soldati uccisi fra cui il figlio 25enne di un membro del gabinetto, Gabi Eisenkot, e finalmente lo spettacolo di uomini in fila, un gruppo che si è consegnato ieri, una schiera che era probabilmente parte della nukba, la banda di assassini, ed eccoli con le mani legate proprio a Khan Younis dove Sinwar si nasconde sotto terra. La voce internazionale spinge Israele fuori da Gaza, fa sentire il suo desiderio di tornare all’illusione di una tregua; ma dall’altra parte, nello Stato d’Israele, è sempre più forte la determinazione a vincere, in una situazione di necessità e con uno spirito di unità sconosciuto da anni in questo Paese dove si scontrano sempre laici e religiosi, ashkenaziti e sefarditi.
I prati intorno ai kibbutz del Sud ricominciano a mostrare qualche colore sotto il nero e il grigio del fuoco dei terroristi. Qualche abitante ieri frugava a Be’eri fra le masserizie distrutte per recuperare il lego che il figlio aspetta all’hotel sul Mar Morto. Due mesi e due domande fondamentali occupano l’orizzonte. Quel giorno il sole illuminava i kibbutz fiore del movimento ecologico e democratico sul bordo di Gaza. Alle 6,30 sono arrivati i pickup bianchi e le motociclette. Qui la prima domanda. Gli zombie con una folla di aiutanti, infilatisi dietro di loro dalle reti e dalle mura sfondate, hanno ucciso, fatto a pezzi, bruciato, violentato oltre ogni misura dell’immaginabile. I bambini sono stati uno degli obiettivi favoriti e anche le ragazze e i ragazzi che ballavano a una festa vicina. La strage programmata, filmata dai terroristi stessi, disegnata con i suoi orrori senza precedenti da ordini precisi ritrovati scritti o confessati dai prigionieri, rende faticoso chiamare solo terroristi gli uomini di Sinwar, perché Hamas è al di là dell’Isis o di al Qaida: si è trattato di più di esseri provenienti da un mondo sconosciuto e questa è stata la prima sorpresa accompagnata dalla mancanza di qualsiasi allarme. Ancora tutti si chiedono come mai siano stati ignorato i segnali che pure erano chiari, numerosi, persino presentati a chi poteva decidere di agire. Come si è potuto ignorare una tempesta di odio senza confini ben armata, organizzata, programmata nei particolari con molteplici incontri internazionali? Eppure è accaduto, e a differenza della guerra del Kippur quando Kissinger chiese a Golda Meir di non avviare il reclutamento delle riserve per non contrariare gli arabi, stavolta la spinta è stata interiore, la fiducia presuntuosa nel «quieta non movere», fidando nella propria forza di dissuasione.
La seconda domanda è altrettanto spaventosa: come è potuto succedere che invece di affiancare Israele nella lotta ai mostri, memori di ciò che gli ebrei hanno dovuto subire a causa dell’antisemitismo, si sia invece generata quasi subito un’ondata di odio antisemita senza precedenti nel dopoguerra? Proprio ieri un’indagine del Wall Street Journal verificava che gli studenti che urlano «From the river to the sea Palestine will be free», ovvero un genocidio spazzerà via Israele dal Giordano al Mediterraneo, solo il 47% sa fra che mare a che fiume gli ebrei dovrebbero sparire… Insomma il significato unico era la sparizione degli ebrei, un genocidio compiuto dai palestinesi, o da qualcun altro. Questo odio pregiudiziale è frutto dell’incontro fra la nuova presenza islamica in Occidente e il movimento figlio della guerra fredda oggi detto intersezionale, che fa di Israele uno stato imperialista e coloniale, un oppressore. Quando a centinaia, le donne israeliane sono state sottoposte alla peggiore forma di violenza, lo stupro, seguita spesso dall’omicidio, le organizzazioni internazionali e le femministe hanno seguitato a discriminarne la verità e le testimonianze e persino le immagine: l’ashtag «me too if I am not a jew». Me too, se non sei ebrea. Una forma estrema di antisemitismo, come quella di tre presidenti delle più eleganti università americane richieste a un’audizione del Congresso se fosse legittimo nelle manifestazioni chiedere il genocidio degli ebrei, hanno risposto: «Dipende dal contesto». È un odio antisemita; è quello per cui Hamas grida «Yehud» uccidendo. È successo. Può succedere ancora. La guerra di Israele e degli ebrei dal 7 ottobre è guerra dura.